| Non è proprio un giornale, ma piuttosto un modo per essere ancora più vicini alle problematiche, che affliggono il mare e la sua gente, ai paesaggi e ai profumi, ai traguardi e alle tradizioni, alla spiaggia e al bagnasciuga. Ovviamente ognuno di voi può contribuire con lavori inediti a questo spazio! Mandate i vostri articoli all'indirizzo e-mail: iniziative@associazionebioma.org ... a fondo pagina troverete gli articoli precedenti. GIORNATA MONDIALE DELL'OCEANO “La pesca nel Mediterraneo: conservazione e gestione della risorsa ittica”Daniele Tibi13 Giugno 2008. Nel cuore del Dipartimento di Biologia Animale e dell’Uomo, nei pressi di Piazza Carlina, alle ore 16, Torino si prepara a celebrare la Giornata Mondiale dell’Oceano. Un piccolo evento, una piccola onda, tanto per rimanere in tema, che però si unisce a milioni di piccole onde che ogni anno, nei dintorni dell’8 giugno (data ufficiale della Giornata Mondiale dell’Oceano), originano un po’ in tutto il globo terracqueo. La speranza è che anno dopo anno il fragore di questo frangersi diventi sempre più forte e raggiunga l’orecchio di sempre più persone. Una domanda nasce spontanea in molti che sentono accostare la parola “mare” a quella “Torino”: - Ma perché occuparsi di mare ai piedi delle Alpi? -. - Perché no, penso io, non siamo mica in Tibet o nel cuore degli Urali?- In fondo il mare si trova a poco più di un’ora di auto. Mi verrebbe voglia di rispondere: - I torinesi ci vanno al mare in estate, mangiano pesce fresco, ci sono sul territorio decine di scuole sub che scorrazzano verso la Liguria in cerca di una passeggiata subacquea. I torinesi scaricano rifiuti nel Po.- Tutto ciò sancisce che ognuno di noi ha relazioni con il mare, solo che, lì per lì, non ci pensiamo. Allora BIO.MA. si è posta altre domande: Perché non diventare responsabili, coscienti e consapevoli delle proprie azioni? Perché non evitare di causare dei danni? Atteggiamenti sbagliati come il mangiare tonno fresco fuori stagione (quanti sanno che è stata chiusa pochi giorni fa?) o lo scegliere una specie ittica pesantemente sfruttata hanno lo stesso effetto che cercare le fragole a Natale o mangiare una bistecca di panda. Una vera e propria insensatezza. Acquisire un atteggiamento consapevole significa acquisire un modo di agire replicabile in molti settori della propria vita, significa migliorarla (la nostra) e migliorare anche quella delle generazioni future! Ecco che diventa importante informarsi e sapere. Ecco che anche ciò di cui si parla e ciò che succede a Trapani e a Lampedusa diventa prezioso ed importante per noi di Torino. Davanti ad una platea prevalentemente composta da studenti il dott. Giovanni Basciano, vice presidente dell’AGCIA AGRITAL (Associazione Generale Cooperative Italiane Agro Ittico Alimentari), espone con precisione i punti critici di un mondo complesso come quello della pesca. I punti di vista sono molti e molto diversi. Ci sono i problemi collegati alla gestione della pesca da parte della Comunità Europea, che spesso adotta modelli di gestione in contrasto con la particolarità del Mar Mediterraneo. C’è il problema legato alla coesistenza delle marinerie comunitarie con quelle nord-africane, soggette a regolamentazione molto permissiva, se confrontata con quella comunitaria, in termini di controlli sul pescato, per esempio, di utilizzo di strumenti altrove banditi perché troppo dannosi per l’ambiente, di norme di sicurezza sul lavoro, di costi di produzione e di competitività sui mercati. Ci sono poi i problemi legati alla condizione degli stock ittici, alcuni dei quali fortemente sovra-sfruttati e a rischio estinzione, altri invece, che non sono oggetto di interesse commerciale, vengono sistematicamente e accidentalmente catturati e poi gettati nei cassonetti dell’immondizia. C’è il problema della pesca sportiva, che pian piano sta diventando l’ennesimo competitore della piccola pesca tradizionale. C’è il problema dell’aumento dei costi del carburante, quello delle filiere troppo lunghe, e a farne le spese sono pescatori e consumatori, mentre ci guadagnano i commercianti…insomma il quadro generale è molto complesso C’è un problema culturale, soprattutto, che è poi il punto su cui si sofferma di più il relatore. Questo problema riguarda le richieste del mercato, cioè dei consumatori, cioè di ognuno di noi. Il mare, come la terra, ha delle stagioni, dei ritmi, …ha il suo respiro; la pesca moderna non rispetta più questi tempi, per andare appresso alle richieste dei consumatori, che esigono pesce fresco ovunque (anche lontano dal mare), in ogni periodo dell’anno, che richiedono prevalentemente le stesse specie (quelle possibilmente facili da pulire e da mangiare: i “pesci-bistecca”!) e addirittura consuma specie che arrivano da molto lontano (tropici, pacifico, asia) contribuendo all’aumento delle emissioni di CO2 per i lunghi viaggi aerei che i prodotti compiono. Il consumatore, il più delle volte, alimenta tutto questo in modo del tutto inconsapevole. Diciamo che una dimensione che conferirebbe una maggior sostenibilità a tutto il settore, prevede innanzitutto un consumatore cosciente delle proprie scelte, informato sulle problematiche generali, esigente di informazioni riguardo provenienza, metodi di pesca e specie che sta per mangiare o acquistare. Un cambiamento delle abitudini di una massa critica di consumatori potrebbe far svoltare l’intero settore. Uno scenario dove i consumatori che desiderano mangiare pesce fresco, debbano spostarsi al mare e pagare di più il prodotto acquistato, con maggiori sicurezze sul ciò che acquistano, accorciando la filiera (in quanto acquisterebbero da produttori o commercianti locali) restituirebbe equilibrio e sostenibilità all’intero settore e all’intero ecosistema. Il pesce, infatti, è una risorsa preziosa e come tale va considerata e venduta. Tra questi, che sono solo alcuni dei problemi del settore pesca, spicca per gravità quello dell' illegalità diffusa. Le responsabilità di questo reato sono da spartire tra diversi soggetti: a volte la responsabilità è delle istituzioni (locali, nazionali e comunitarie) che non adottano una normativa chiara e univoca e costringe gli addetti ai lavori a lavorare in un contesto confuso dove un’altra forma di illegalità, quella volontaria, trova il terreno fertile per diffondersi. Ad accompagnare tale diffusione c’è la mancanza di controlli adeguati e la mancanza di provvedimenti da parte degli organi preposti, che diventano quindi complici consapevoli di questi cattivi comportamenti (solo in alcuni casi i tali enti non riescono a controllare a causa di mancanze di organico, molte volte non c'è la volontà esplicita di vigilare). In questo contesto appena descritto, ne fa le spese, tanto quanto una specie a rischio estinzione, la piccola pesca tradizionale. Soprattutto in Mediterraneo questo ambito rappresenta il cuore del settore. Un report sulla situazione della piccola pesca a Lampedusa lo espone la dottoressa Giorgia Comparetto, ricercatrice della società Necton. Nonostante questa realtà sia numericamente, sia culturalmente, rappresenti una risorsa insostituibile, risulta un settore profondamente in crisi, che non si può accettare di vedere estinguersi, che occupa la sua nicchia e che va tutelato. La piccola pesca tradizionale rispecchia l’immagine della risorsa ittica presente in Mediterraneo. Questo mare si presenta con valori di biodiversità altissimi e il settore della pesca tradizionale possiede le stesse caratteristiche. A seconda dell’area mediterranea in cui operano le marinerie, si distinguono le une dalle altre in base ai materiali usati, alle imbarcazioni, all’equipaggio, al tipo di pesce bersaglio su cui si concentrano e alle tecniche impiegate. Si può quasi parlare di una co-evoluzione dell’attività dell’uomo sulla base della biodiversità della risorsa ittica e dell’area geografica: un lenta trasformazione che risulta integrata e solitamente compatibile con l’ambiente. Questa molteplicità di realtà è di difficile gestione, nel suo contesto, ma rappresenta una ricchezza culturale senza pari. Una situazione analoga si presenta nell’oceano, dove gli stock ittici sono più estesi e meno differenziati, di conseguenza anche il tipo e le tecniche di pesca si adattano a questa differente situazione. A sparigliare questo equilibrio in Mediterraneo sono le grandi flotte di pescherecci, super tecnologiche, per nulla integrate nell’ecosistema Mediterraneo, che stanno saccheggiando questo mare per conto di multinazionali estere (giapponesi e koreane, soprattutto, ma non solo) che molto spesso battono bandiere ombra, operano in condizioni di dubbia, se non acclarata illegalità, con un impatto sull’ambiente devastante. E’ chiaro che nessuna marineria locale può competere con questi colossi e che questa situazione, aggiunta a tutti gli altri problemi che affliggono il settore, sta riducendo la pescosità dei nostri mari (e non solo dei nostri) in modo molto preoccupante. Gli addetti ai lavori, l’economia, i consumatori, l’ambiente marino e tutti gli altri ecosistemi (in quanto sono tutti collegati) ne stanno pagando un conto carissimo. Durante l’intervento la dottoressa Giorgia Comparetto ha proposto una bellissima intervista ad un pescatore della marineria di Lampedusa che, in modo molto semplice ma con grande chiarezza ha messo in luce questi problemi. Non è stato, quindi, solo un momento di conoscenza e di informazione, ma anche un momento in cui meditare sulle possibilità che ognuno possiede, per dare un piccolo, ma significativo e indispensabile contributo. Il mare è di tutti e tutti abbiamo il diritto di goderne e il dovere di prendercene cura. |
| La vita di un pescatore - M. Franchino Pelle seccata dal sole e solcata dal vento, occhi intensi e profondiche scrutano l’orizzonte. Occhi con cui capire il mare e dialogarecon lui, scoprendone i misteriosi segreti.La vita del pescatore è dura, anzi durissima, ma quello checolpisce parlando con uno di loro, è la passione che... |